La pratica di consapevolezza e i diversi livelli della mindfulness

…l’impermanenza cioè la transitorietà e il continuo fluire dei fenomeni; la sofferenza o insoddisfazione, dovuta ai processi dell’attaccamento/desiderio e dell’avversione, che si attivano come reazione alla realtà transitoria dei fenomeni; ed infine l’impersonalità o vacuità o assenza di un sé, ovvero il fatto che non si può trovare un sé permanente che controlla e governa questo processo né si può identificare il sé nei pensieri o nel corpo o in qualsiasi altro aspetto della mente e del corpo

La descrizione della psicologia buddista verrà limitata, in questa sede, agli elementi fondamentali, ai principali insegnamenti che sono significativi per lo sviluppo delle qualità

dell’essere umano; rimandiamo alla bibliografia per uno studio approfondito (si vedano, ad esempio, Thich Nhat Hanh 1998, Goldstein e Kornfield 1987, Lama Surya Das 1997).

Dal punto di vista delle metodologie per lo sviluppo psicologico e transpersonale, la pratica meditativa consiste nel coltivare i fattori positivi e salutari (ad esempio consapevolezza, fiducia, compassione, ecc.) e nel familiarizzare con essi, rendendoli predominanti rispetto ai fattori mentali negativi o non salutari (ad esempio attaccamento, irrequietezza, rabbia). Questa alterazione dei fattori mentali determina il modo in cui ci relazioniamo, momento per momento, alle esperienze, sia interiori che interpersonali. Nelle tradizioni meditative questo aspetto è considerato fondamentale e determinante, poiché con la pratica si ritiene possibile trasformare la mente, e quindi trasformare le azioni del corpo e della parola, cioè i comportamenti.

I diversi livelli della Mindfulness: una necessità di chiarificazione In questo modello integriamo i diversi livelli della mindfulness e una visione globale della mente e dei fattori mentali salutari. Nel panorama attuale dei diversi approcci che utilizzano la mindfulness possiamo distinguere diversi livelli e finalità della consapevolezza. 1) In primo luogo si può parlare di consapevolezza ed investigazione con riferimento al lavoro comune della relazione di aiuto, intendendo una ricerca focalizzata sulla storia personale e sulla narrazione, avendo come obbiettivo la comprensione di: “chi sono io, da dove vengo, di che cosa ho bisogno, dove sto andando”, delineando la condizione personale e interpersonale della mia esperienza e rafforzando il senso di autostima, autoefficacia e in genere quelle che nella psicoanalisi vengono definite le “funzioni dell’Io”. Si può poi intendere ed utilizzare la consapevolezza come nei diversi programmi di sviluppo della mindfulness attualmente diffusi in occidente, con l’intento di aiutare le persone a sviluppare migliori capacità di gestione delle emozioni e dei pensieri, per far fronte allo stress, per decentrarsi dagli schemi mentali e accedere a un certo grado di equilibrio emotivo. In questo secondo caso la mindfulness riguarda non tanto il contenuto dell’esperienza personale quanto il processo di funzionamento della psiche e il modo per rendere tale processo funzionale e salutare. Si tratta di un livello metacognitivo, in cui imparare a riconoscere il modo in cui operano i pensieri nel rapporto con il corpo e con le emozioni, e trovare in questo modo una capacità generale di non- reattività e di resilienza. Entrambi i primi due livelli si riferiscono a una dimensione della mindfulness che potremmo definire psicologica.

Infine si può intendere e utilizzare la mindfulness in una modalità più vicina alle sue origini, con riferimento a livelli più profondi del processo investigativo e del processo della concentrazione e dell’assorbimento meditativo. In questo caso si potrebbe parlare di deep mindfulness, di un processo significativo di approfondimento dell’esperienza meditativa, in cui l’investigazione è portata a livelli sempre più sottili e raffinati, direzionandola verso lo sviluppo di conoscenze intuitive relative alla natura della realtà dell’esperienza umana. Si tratta quindi di un diverso livello della mindfulness, che possiamo definire transpersonale, il cui focus è la visione profonda delle caratteristiche universali dei fenomeni

(l’impermanenza, l’insoddisfazione/sofferenza, l’insostanzialità del sé o vacuità), con una finalità più vicina al corpus delle pratiche meditative buddiste, che comprende non solo l’equilibrio emotivo ma anche la possibilità di sviluppare le più elevate potenzialità della mente/cuore, in un cammino progressivo di emancipazione dalla sofferenza e di realizzazione di dimensioni di benessere, di pacificazione e di saggezza sempre più raffinate. In questo senso sati viene considerata sinteticamente come “una saggezza o intuizione profonda della effettiva natura della realtà che include tutti i fenomeni esistenti “. Sati quindi viene inteso nella sua originaria accezione di saggezza intuitiva, anche denominata “Vipassana” che

significa “Visione profonda” e che è considerata l’unico effettivo modo per recidere alla radice le cause della sofferenza. Questo terzo livello transpersonale prevede inoltre

l’integrazione con le pratiche per lo sviluppo delle qualità dell’essere che sostengono e danno profondità al cammino psicologico e spirituale, la compassione, la gentilezza amorevole, la gioia, l’equanimità, ecc. Si tratta di un insieme di metodologie, derivate principalmente dalle diverse tradizioni buddiste, che adottiamo e che la ricerca scientifica sta sempre più dimostrando essere efficaci sul piano clinico in termini di salute e benessere psicologici. Questo approccio integra i tre livelli della mindfulness senza trascurare nessuno di essi, ma con una significativa apertura verso i livelli che abbiamo definito transpersonali, con l’intento di un processo graduale di maturazione psicologica verso i più profondi livelli di crescita e autorealizzazione transegoica.